mercoledì 8 luglio 2015

Memorandum tossicman



Tossicman

  Serpico a Forlì


Matteo Tassinari

  Sbollivo 
uno dei miei sballi in piazza Saffi, quella centrale, sotto i portici della chiesa san Mercuriale. La mia residua attenzione fu rapita da una serie di camionette di Vigili Urbani e Questura e auto in borghese più un blindato per eventuali viaggi verso le prigioni. Ai miei occhi, già di loro espressione di una vasta e forte alterazione in corso, sembrava di assistere allo sbarco in Normandia. In realtà era una delle tante retate del corpo Vigili Urbani sezione antidroga, capitanata da un certo Tatti che aveva sollecitato anche la Polizia capitanata dal commissario De Viola.
    Psiche rovente
Lo chiamavamo Serpico (o Eliminatore) e come per tutte le uniforme, non eravamo altro che rifiuti tossici. Tatti, nel suo potere, si trastullava a tutore impavido della legge, tracotante, aggrovigliato nelle proprie forsennate pulsioni da capo-branco o mandriano, destinato a perdersi nei confini devastati della sua realtà in una ciurma malsana. Una fiumana infinita e ardimentosa di prodi temerari, manco fossimo dei narcotrafficanti. Aspirava a salire di grado, Tatti, perché si sentiva il più in gamba. Per assicurarsi uno scatto di carriera si dedicava a giochini di cui era maestro: trucchi, anche abietti, per danneggiare e confondere eventuali rivali. Tatti era un umiliatore per vocazione. In lui, era innato il senso del potere ‘sbirresco’, nel senso più deleterio del termine, quello che ti fa sentire un Eliminatore per giustizia personale e sociale, quindi autorizzato dalla società civile, legalizzandolo a prenderci a schiaffoni solo se gli andava. Una persona orribile, che avrei preferito non conoscere mai.
Federico Aldrovandi, ucciso la notte del 25 settembre 2006
dopo una colluttazione con una pattuglia della Polizia
 Terminator

Un uomo prigioniero di un cervello arroventato, vittima della propria personalità patologicamente scissa. In tanto baccano mentale, penso che si sia fatta ampio spazio l’idea che la verità umana di noi tossici, non poteva che essere cagata, stracciata, deforme e falsa. In tale disfacimento psichico, c’era posto solo per l’inutile ragionevolezza che proveniva dalle sue viscere più brulicanti. Qualche volta penso che la gente comincia a bucarsi soltanto perché, senza neanche rendersene conto, ha una gran voglia di un pò di silenzio.
Il criceto    domestico
Tatti era soggetto che al confronto Rudolph Giuliani diventava un cricetino domestico. Tutto ciò con i dovuti distinguo, perché tra essere sindaco della Grande Mela o responsabile del corpo antidroga dei Vigili Urbani di Forlì, in mezzo ce ne sta parecchio di lerciume. Ma vai a parlare con uno che sente scorrere nelle sue vene il sangue dei giusti. Comunque sia, si capiva al volo che di noi tossici, a Tatti, gliene fregava quanto gli importava del puzzo che proveniva dalla sua bocca. A lui interessava l’innegabile fatto che gli avevano assegnato una squadra di uomini - fino al giorno prima dediti al far multe nelle aree cittadine come quella dello stadio oppure in quella adiacente al mercato popolare - per poter giocare un po a Terminator alla prese con un’ipotetica Los Angeles proiettata verso il Duemila, zeppa di criminali e narcotrafficanti da sistemare e raddrizzare la spina dorsale.
Per 20      grammi
di coca
Purtroppo per lui e per le sue ambiziose aspirazioni di carriera da inquisitore della profonda Romagna eravamo a Forlì, cittadina estesa fra Cesena, Rocca San Casciano, Faenza e Lugo e i quantitativi di droga difficilmente superavano i trenta o quaranta grammi d’eroina. La cocaina non esisteva neppure, perché come giungeva, spariva in un lampo nelle nostre vene. Come arrivava in piazza rimaneva il tempo per preparare l’impasto e scioglierla. Venti grammi di coca potevano scomparire nell’arco di una giornata meno uggiosa delle altre (per chi se l’iniettava) a causa della sua azione potente, invasiva e velocissima. Tornando alla retata di Tatti e del suo plotone di uomini cazzuti, ricordo che ci portarono alla centrale, per lasciarci, singolarmente, ognuno in una stanza diversa
I fiori del male altrui
Mio caro, e ci posso far qualcosa io se il giglio è pederasta, se puttana è la rosa, lesbica è la vaniglia? E il narciso, quello specchio di candore, si masturba quando è in petto alle signore. Misero pasto delle passioni. Levai la testa al cielo per trovare respiro e mi sembrò giungere dalle stelle per pungermi con malefici bisbigli, e il firmamento mi cadde addosso come una coltre di spilli. Prono mi gettai sulla terra bussando con tutto il corpo affranto: basta! Basta! Ho paura. Dio, abbi pietà dell’ultimo figlio. Aprimi un nascondiglio al di fuori della natura”.
 Aldo Palazzeschi: "I fiori"


    Dolce,
   dolcemente
"Dolce dolcemente, a un passo, dall'infinito abisso, d’amore parlasti al mio senso corroso, al mio intelletto tarlato, al mio urlar rugginoso, al mio cuore intristito, al mio voler putrefatto. Dolce, ti avvicinasti, e teneramente fosti Madre Sorella, Puttana, Sposa.
Enzo Fabiani, "La sposa vivente"
        Mi depositarono in        cella tutto 
         il giorno  
Quei signori della serie "adesso mettiamo a posto tutto noi", gonfi e tronfi di un insano senso della giustizia e privi d'ogni opera umana, avevano a che vedersela con tossici allo stato puro, per di più malconci. Non criminali, figuriamoci mafiosi.
La      legge della      via Emilia
Ma la legge tra la via Emilia e il West, secondo il Tatti-pensiero-forte, non ammetteva distinzioni di sorta. Regole rigide e poche, come le idee. Così ci riservò per l’occasione un trattamento degno del defunto Pablo Escobar, noto trafficante internazionale di cocaina colombiano del fu cartello di Medellin. Non so cosa successe agli altri, so quello che capitò a me. Mi legarono con le manette ad un termosifone e per un pochetto (non riuscivo a quantificare il tempo) rimasi solo in una stanza semi vuota. C’era un tavolino, una sedia e uno scaffale. La voce aveva un effetto di ritorno come un’eco, talmente era vuota la stanza. Mi depositarono lì per un’oretta. Grazie a Dio non avevo addosso neppure mezzo grammo di haschish, per cui le mie coronarie erano abbastanza agiate, nonostante tutto.
Se vuoi bene ai poveri, non farti gli spinelli con le siringhe
(Ex ministro Carlo Giovanardi)

Tossicodi merda
      Improvvisamente                            
si aprì la porta ed entrò uno dei segugi di Tatti, sulla quarantina, baffi spessi, pancia meritoria di aver oltrepassato il quintale e un’altezza pari a circa un metro e ottanta. Insomma, un affare d’uomo che quando ti si piazza di fronte e con fare minaccioso e catatonico ti chiede: “Dov’è la droga? Dimmelo o ti spacco il culo, sporco drogato di merda” può avere un suo certo effetto persuasivo.
Perché i termini, quando portano in centrale un tossico da‘spennare’ (come ho sentito dire da due poliziotti) sono questi. Sono, o almeno erano, cazzotti nella faccia a pugno chiuso o dita chiuse di botta nel cassetto del tavolo, oppure tirate di capelli fino allo strappo delle ciocche. Infine eccolo, dopo l’ingresso di un’altro segugio. Prima di vederlo ricordo di averlo sentito schiamazzare a voce alta, un metodo per incutere in me riverenza e timore nei suoi confronti. Eccolo, in tutta la sua folgore. Era in borghese.
O meglio, era in assetto di guerra:
blue jeans scoloriti e strappati, stivaletti di cuoio nero e borchiati, un’ancora marinara finta tatuata sul braccio, occhiali Ray Ban scuri appesi alla camicia a fantasia aperta sul pelo nero del petto. Tatti pensava che noi non lo conoscessimo e per questo si adoperava in travestimenti ridicoli. Una volta cercò d’intrufolarsi fra noi, chiedendoci della roba col passamontagna per non essere riconosciuto e masticando la voce nel tentativo assurdo e patetico di non farsi riconoscere. Ridicolo o meno, quel sacripante d’uomo adesso era lì di fronte a me, con lo sguardo cupo e degli strani guanti di pelle nera.
Nelle mani della     Legge
Mchiesi a cosa servivano, da lì a poco lo capì. Mi parlava da lontano mentre gli altri due tizi mi guardavano con occhi privi di compassione, con lo sguardo della gente che sa di essere dalla parte del giusto, per cui, da parte loro, non era possibile nessun tipo d’errore, un po’ com’è accaduto in molte comunità terapeutiche.
Io ero
sempre legato
con le manette al calorifero, come fossi un altro elemento del termosifone. Ero in mano a quella che definiscono Legge o Forze dell’ordine. Intanto il boss della centrale blaterava chiassosamente (tutti, in mia presenza, parlavano a voce alta) e io non capivo che cosa volessero da me. Penso fosse volutamente evasivo. Tuttavia, capì che non aveva nulla contro di me e quello che cercava di "esercitarmi addosso" era mettermi un bel po di paura per incastrare chissà chi e fare il nome di un qualsiasi spacciatore di droga. Per Tatti non faceva differenza chi fosse. L'importante era riempire celle già sovraffollate senza andar per il sottile, chi capitava, sfiga sua. Quel giorno era il mio. 
Omisbaglio?
A lui, per sua formamentis, bastava portare in carcere qualcuno per droga, una fissazione. Mi si avvicinò con un sorriso di plastica stampato sulle labbra per dirmi:“Allora, Matteo, non vorrai far stare in pena i tuoi genitori. Li conosco, lo sai. Se vuoi li chiamo al telefono proprio ora, poi gli spiego dove ti trovi e cos’è successo. Suuu, dimmi chi è che sotto i portici spaccia più degli altri. Fa il bravo, non spazientirmi! Tanto so che tu queste cose le sai. O mi sbaglio?!” con tono di voce sempre più cavernicolo e spazientito, le cose mi pare vadano anche da se.
Spiegai a Tatti che ero un pendolare,
che l’eroina andavo a comprarla a Ravenna e Faenza da gente di cui conoscevo solo il nome e che erano al di fuori della sua competenza d’intervento e poi i nomi li avrei inventati anche li avessi fatti: che ne so Gialuigi Carlinotti, oppure Filippo Giamberelletti. Non mi andava affatto d’incasinare qualcuno per la merdosa carriera di un lardoso privo di ogni tratto, anche primordiale, di civiltà o tenerezza. Io ero un tossico, per cui non ero certo nella situazione di esprimere giudizi equilibrati. Ma su Tatti, ancora oggi che tossico non lo sono più, la mia opinione non è affatto mutata.

L'epitaffio è tratto da un brano di Fabrizio De André





Tutto è lecito quando si è "illeciti"

Per farla breve, era il classico tipo fortissimo
con i deboli e debolissimo con i forti. Feci capire che non avevo alcuna intenzione di firmare una qualsivoglia denuncia presa a caso dal mazzo delle pratiche, oppure di collaborare in altro modo, non so, facendo nomi e cognomi a ruota libera, senza suggerimento o senza dover sottoscrivere nulla, solo informazioni. Non era importante tanto la colpevolezza di un tossico, era necessario dimostrare che il corpo Antidroga dei Vigili Urbani di Forlì, funzionava e che quello che era considerato come un esperimento pilota, poteva divenire un esempio esportabile in altre città d’Italia. D'altronde tutto è lecito quando si ha a che fare con l’illecito.
Anche l’immoralità e le botte.
Gli dissi chiaro che non sapevo nulla, ch’ero fuori dal giro e per tutta risposta Tatti, oltre che ad incazzarsi, mi mollò un ceffone nella guancia destra. Perse le staffe e avvicinandosi ulteriormente mi urlò in faccia: “Guarda che ti caccio in prigione stronzo di un ladro tossico. Se non mi dici quello che voglio sapere ti sbatto dentro per un anno. Non preoccuparti per l’accusa, la trovo io”.Mi era così vicino al volto che mentre parlava, eccitato com’era e totalmente immerso nella parte di chi deve insegnare ai suoi colleghi come si fa un Terzo grado coi contro-cazzi, mi sputava consistenti particelle di saliva molto puzzolenti sulla faccia.
                
  Rila scialo...
Ero pronto a portare a casa un po’ di lividi. Era nel conto, anche se non avevo fatto nulla a nessuno. Pam! Pam! E poi ancora, Pam! Tre botte in simultanea frequenza alle orecchie con i palmi delle mani aperte. Avvertì un dolore lancinante che attraversava la testa tutta per varie volte, per poi vedere un’infinità di luccichii come quando la pressione cala improvvisamente. Non avevo alcuna voce in capitolo. Era chiaro, e questo mi creava ulteriore paranoia. Ero nelle loro schifose mani, a tutti gli effetti. Tatti mi parlava, anzi urlava, ma io ero così stordito che non distinguevo neppure una voce da un’altra. Le parole a quel punto erano solo suoni incomprensibili. Pam! Un’altra botta ai timpani da stendere un toro. Iniziai ad urlare e a piangere dal dolore, mentre cercavo in qualche modo di difendermi:  “Non so niente. Io le storie di roba non le faccio. Non so chi spaccia a Forlì”. E stremato mi lasciai andare a terra come chi capisce che da se stesso non dipende nulla, bensì capisce che a decidere, erano gli altri. “Rilasciatelo ‘sto qua. Io vado dai suoi colleghi a fare quattro chiacchiere” chiosò Tatti. I miei colleghi erano tossici come me, "colpevoli" come me di tante cose, non ci piove, anche se in quel momento di completa confusione non seppi identificare di che cosa.
Ti dico questo. Io ho ucciso, ma per farlo ci ho impiegato un secondo, il tempo di accendere un fiammifero, tac, di schiacciare il grilletto. Ma questi qui, nel braccio della morte, ci stanno impiegando dieci anni. E non è ancora finita”
Carcere Huntsville, Texas, detenuto dopo essere ucciso

mercoledì 17 giugno 2015

La bizzarria del Conte

Quel      naso triste
come una        salita
Paolo Conte è nato al mondo dell'arte sotto un pericoloso cavolo. Definirei quel cavolo categoria del "bizzarro". La categoria del bizzarro comprende, senza troppo distinguere, molte delle maniere poco ortodosse per dire le cose e le comprende in un modo tutto sommato antipatico, perché trova modo di giustificarle senza capirle. Bizzarra è senza dubbio apparsa, al suo primo manifestarsi, la musica jazz, perché fa rumori balzani, eccentrici, bizzarri ed estroso. Tutto il resto è poesia.
Paolo Conte back to perform
Bizzarra l'arte 
Si, l'arte non figurativa e non realistica, visto che il gusto di massa, davanti a un ritratto di Grosz o di Francis Bacon, noterà sicuramente che le fisionomie sono stranite da qualche incomprensibile paturnia dell'autore, ma alla fine sarà disposto, per non fare cattiva figura, ad accettare l'idea che le sembianze umane possano anche essere distorte perché all'arte, solo per questo il Conte si concede, appunto, la licenza di essere bizzarro.
La condizione è umana?
Difficile è capire che quei quadri, che colpiscono la condizione umana come una rasoiata, sono in realtà persino più precisi dei lineamenti veri. Lo si capirà, forse, quando l'artista "bizzarro", sarà capace di perseverare nella sua bizzarria continuando a emettere i suoi suoni strani fino a far capire che quello è uno stile, un mondo interiore che trova modo di esternarsi, di scivolare via dal pensiero lungo linee originali, che sono solo di quell'artista e non di altri. Intanto io rifletto, chi lo sa, forse la vita è tutta qua. Abbiamo un bel cercare nelle strade e nei cortili, cosa c'è, cosa c'è? C'è un mondo che si chiude se non ha un pugno di felicità. "Io sono sempre triste, ma mi piace di sorprendermi felice insieme a te, bevuti in questo cielo azzurro e alto che sembra di smalto e corre con noi".
Ha avuto molta pazienza e la tranquillità dei forti con quella faccia un pò così, quell'espressione un po' così, lasciaci tornare ai nostri temporali, ai giorni tutti uguali, canta il Conte. I primi afiçionados lo adoravano con battute d'incenso del Bengala e i fiori di Laore, ma ridevano un pò troppo di lui e ciò non andrebbe bene, sottolineavano un pò troppo quanto fosse strano quel borghese, di bell'aspetto che torce la bocca al pianoforte a coda laccato nero e si occupava formalmente di cose provinciali. "L'avvocato di Asti" era la perfetta dicitura per un artista bizzarro: come il geometra di Voghera o il dentista di Vicenza.
Perché Ligabue?
          Un            Ligabue
educato e post-contadino che lasciava crepitare dalla bocca buffe onomatopee. Si è sentito, forse, una macchietta, l'avvocato di Asti, ai primi passi della sua storia? La clownerie del kazoo, lo strumentino a pera (una specie di ocarina da garage, una marmitta da utilitaria), il piccolo mondo datato del Mocambo, di Angiolino, di Stradella, i mitici zazzarazzà, verranno poi ascoltati? Rutto congiurava a ridurre Conte a un caratterista della canzone. E come affascinante caratterista e autore oltre che grande artista autentico, credo che si sia conquistato il miglior ascolto e credito, solo chi è un po’ più avanti col tempo, può piacere Paolo Conte, con le sue parole d'amore scritte a macchina.
All'inizio io non credevo, sinceramente, che da quelle postazioni in fondo limitate Paolo Conte sarebbe riuscito ad arrivare dove meritava e dove gli competeva arrivare: e cioè nella non grande schiera dei grandi artisti, coloro che commuovono, coloro che tirano un piccolo filo e dietro si scioglie la grande matassa delle emozioni.
Un Conte gnaffo
con il baffo
C'è voluto tempo e pazienza (ci sono voluti, ahimè, anche i Francesi: quello che piace ai Francesi di Parigi finisce sempre, poi, per avere la patente del vero e del bello. È ingiusto, ma è così, e alla fine viene da pensare che i Francesi se lo meritano perché capiscono meglio), tempo e pazienza, dicevo, perché un musicista non realista come Paolo Conte che con pochi tratti, i due o tre giusti, indica infiniti piani di luce e di fantasia, riuscisse a imporsi per quello che è.
Il Conte non ha paura della longevità
in fondo non è mica uno pseudo intellettuale
Adesso, ormai un pubblico quasi "di massa', cioè la larga élite delle città curiose e colte dell'Europa, ha squarciato la scorza "buffa" di Paolo Conte indovinando le solitudini, la vertiginosa poesia, la vastità degli spazi dentro i quali è possibile entrare da una porticina piccola. L'avvocato di Asti è finalmente diventato Paolo Conte, per sempre. Ancora lui non lo sa, ma lo sanno i suoi fans, di Parigi, Amsterdam, Berlino...

Con Jannacci 
Quando Enzo Jannacci portò Conte a “Il disco a Firenze”, (quelle feste estive di musica carogna come il Festival bar), la prima cosa che gli chiese, fu: "Non ti sembra un pò sporca questa canzone?". E Janacci rispose: "Ma che sporca, con quello che dicono i ragazzi oggi, ti posso garantire che è pulitissima", fu la risposta di Jannacci. Comunque, a parte tutto, la canzone è molto bella ed è cantata e scritta bene. 
"Non saranno sporche, le canzoni"?
Ascoltandola sembra proprio di vedere il tifoso sulla strada, infangato, con la moglie che rompe le scatole. Come vedi io dico: "che rompi le scatole", i giovani ti sparano in faccia  un “cazzo che figa”! Cambiando diametralmente direzione del discorso, salta su il buon Jannacci: “A proposito di quel naso triste come una salita, che fine ha fatto?”.
Ognuno mi vede a seconda del proprio pensiero, anche se il naso effettivamente ce l'ho un po' sciupato, si si, anche grosso come una patata, si difese il Conte. Ma il vino spara fulmini e barbariche orazioni che fan sentire il gusto delle alte perfezioni e per questo le langhe, situate a cavallo delle province di Cuneo e Asti, sono un punto di approdo mai di partenza. Si difese che sapeva andare in bicicletta, meglio di Bartali e Coppi insieme.
Come
un ciclista
A proposito di "quanta strada ha fatto Bartali". Tanta davvero, io quando guardo la cartina d'Italia cerco di scoprire dove non sono stato e di calcolare quanto tempo mi ci è voluto per girare tutti questi paesini. Poi dico sempre: "Chissà come avrà fatto Garibaldi a essere in tutti i posti andando a cavallo", perché in tutti i paesi che vai c'è stato un Garibaldi, si vede che lui la guerra mica la faceva,  gli mancava. 
  Il protagonista
nella canzone
ha fatto bene ad aspettare Bartali, perché le mogli stanno bene al cinema quando c'è lo sport, altrimenti fanno confusione. Il vero sportivo deve andare solo sul percorso e se anche dovesse andarci con la moglie è meglio che la sistemi cinquanta metri più avanti. Comunque per me la canzone è bellissima, forse avrei levato quelle due o tre parolacce in fondo, però, sentendola più volte non ci se ne accorge nemmeno, e poi, effettivamente, Conte ha detto la verità e quando uno dice la verità è sempre nel giusto. Poche seghe e più pugnette! Su Paolo Conte si fa un gran dire, troppo facile, il jazz non mi piace, mi rompe le palle. Ebbene, stategli lontano, ne beneficerà il jazz. Il resto è già poesia.

domenica 31 maggio 2015

Minuetto per Mimì

Mia e la
sassaiola
dell'ingiuria
La vita complicata, sgargiante e aspra di Mia, è l'emblema di quanto sia stupido il mondo dello spettacolo, della sua banalità e delle sue superstizioni. Ma per sapere certe qualcosa, qualcuno deve pagare, anche con la vita. L’avevo incontrata alla Bussola un paio di mesi prima, in quel di Sanremo, dove era tornata per sfruttare la ribalta promozionale offerta da quel marchingenio fuori di testa che da troppi anni ci tortura e da qualche anno l'aveva rilanciata alla ribalta, come si suol dire. Un'intervista semplice e sincera, leggera e anche veloce, nulla di enfatico, condita da quei suoi sorrisini un poco sghembi e furbetti con cui amava trapuntare le parole nei discorsi che amava allungare per riuscire a dire tutto, senza lasciare indietro nulla.
Il primo         contratto
Nata a Bagnara Calabra nel '47, in una famiglia dominata da un padre professore prepotente, violento e probabilmente del tutto incapace d'amare. Mimì seguì poi la famiglia nelle Marche finché, dopo la solita gavetta fatta di concertini nelle balere, provini e partecipazioni a qualche festival di provincia, finalmente riuscì a strappare un contratto e si trasferì a Roma, con la madre e la sorella Loredana. Una fuga dall'orrore, più che un trasloco. Provarono a lanciarla come scanzonata ragazza yèyè, ma lei e la sua voce erano di tutt'altra pasta. Alla fine degli anni Sessanta l'inquieta Mimì ancora non aveva trovato la sua strada. Bazzicava con la sorella e Renato Zero nel giro del Piper, finché, col nuovo nome di Mia Martini, riuscì a realizzare un album destinato a segnare la svolta decisiva.
La deficenza
illimitata
"Oltre la collina", fra mille sventure, vicissitudini, guai d'amore, odissee di ogni genere, tristezze famigliari soprattutto con suo padre, disgrazie, sofferenze per il suo spirito libero che non eguale a nessuno, tribolazioni con molti suoi colleghi riguardo al fatto che portasse iella e chiunque le parlasse ne rimaneva contagiato, uscì nel 1971 come album-concept dove il filo conduttore era la solitudine giovanile, tema molto sentito in quegli anni.
La più feroce
E' il primo album musicale di Mia Martini, pubblicato nel 1971 dalla RCA Italiana. Ma chi furono gli autori che crearono questa situazione? I nomi si sanno, ma non si fanno mai. E noi questa volta li facciamo, per quelli che sappiamo per certo: Parte Patty Pravo, Claudio Baglioni, Donatella Rettore, Anna Oxa, l'ex patron di san Remo Adriano Aragozzini, ma la più feroce nell'accanirsi contro Mia dicendo che portava iella, fu Iva Zanicchi sicuramente!. Bisogna dire che la signora della canzone, Ornella Vanoni, che prendendo sempre le parti di Mimì quand’era, ha dimostrato ancora una volta di essere una delle star più grandi, anche a livello umano.
Fu uno dei primi che parlarono male di Mia
Oltre la collina comprende molte cover (tra cui The lion sleeps tonight), e altrettanti brani scritti da un giovane e sconosciuto Claudio Baglioni: in Gesù è mio fratello viene affrontato con grande intensità, il tema della fede. Un disco difficile nei suoni e nelle tematiche, e tuttavia perfetto per dare alla sua potente, intensissima vocalità la ribalta che serviva, ma che non meritava trovarsi una notte con 10 grammi di cocaina abbandonata da tutti i tanti "amici", prima seviziata a parole, poi nei fatti tramite multe impagabili per il prezzo fino a portarla al lastrico.
L'album subì varie censure da parte della RAI. La vergine e il mare tratta di uno stupro e il testo di Padre davvero fu giudicato dissacrante, e venne modificato, ossia snaturato della sua autentica violenza nei confronti di una minore, che non fosse lei quelle bambina siamo qui ora a domandarci? Fu un successo il disco, ma la ferita da artista per le modifiche erano laceranti nell'anima di Mimì, erano la ferite più profonde.
La sua voce, intensa e struggente colorata di mille sfumature, ci ha accompagnato per molti anni. Spesso l'abbiamo vista scomparire per lunghi periodi, poi l'ennesima risalita
Diranno parole rosse     come il

il sangue nere come la notte
Domenica, Rita Adriana Bertè detta Mimì, in arte Mia Martini, sembrava ancora nascondere sotto quel cappotto cammello tutti i travagli di una vita complicata, sgargiante quanto un quadro del suo conterraneo Umberto Boccioni, aspra e travagliata come un romanzo verista, irrisolta come un rebus. Una vampa d’agosto, per dirla con lo scrittore Camilleri.
Il successo le arrivò in braccio, con quella voce  tersa e cristallina, al momento pure aggressiva, direi che è fatto normale. Doveva promuovere un nuovo disco, un altro in cantiere e un progetto con Mina. Nessuno avrebbe mai immaginato che da lì a qualche settimana il fragile filo che fino a quel momento aveva tenuto insieme la sua vita si sarebbe spezzato per sempre.
    Troppo cara la felicità per la mia ingenuità.
Probabilmente la "sfortuna" potrebbe anche essere considerata un atteggiamento dei soggetti che invidiavano il talento canoro di Mia. Ovvero uno status mentale, comportamenti quali, valutazioni superficiali, scarsa attenzione per l'ambiente circostante, errata percezione di fenomeni o un modus operandi inadeguato e fuori luogo per circostanze, tale da aumentare di molto la probabilità che un evento negativo si verifichi. una spirale maledetta, iniziata da un cicaleccio maledetto, fatale per Mia.
L'invidia non è altro che odio
per la     superiorità altrui
Ad esempio, "passare sotto una scala" non porta sfortuna di per se, ma rispetto al passare lontano da essa, aumenta la possibilità che cada in testa allo "sfortunato" passante, qualche oggetto, specialmente se è distratto. Ai suoi funerali, celebrati 20 anni fa il 15 maggio a Busto Arsizio, presero parte centinaia di suoi fan, addirittura quattromila persone, tra cui un buon numero di persone dello spettacolo e colleghi del panorama musicale, molti tra questi in vita ne hanno dette di tutti i colori della calabrotta doc, che maledetta qualcuno l'ha dipinta mentre, a mio avviso, era "santa" nella suo disagio a cielo aperto e davanti agli occhi di tutti. E' un fardello pesante da portare per chi non ce la fa. Che ne dite voi?
La      bara 
coperta
da una bandiera del Napoli, la squadra per cui faceva il tifo. La salma venne cremata, secondo il desiderio dell'artista. Per volontà del padre, invece, le sue ceneri si trovano nel cimitero di Cavaria con Premezzo, ma i rapporti con lui non avevano alcuna valenza, e poi si sa che aveva sempre strane idee verso quella figlia più grande di poco dell'altra. Pensa che riposi nella tomba coi nonni e li pensa di andarla a trovare. In ogni caso, ora, riposa anche la tua tristezza, dolce Mia, per goderti la gioia eterna per ci ha sofferto troppo in questa vita.
Altro cantante che non ha voluto bene a Mia
L'"amore" per Fossati
I rapporti con il suo grande amore Ivano Fossati, dopo un avio meraviglioso, dove le sembrava di aver trovato il suo uomo, le cose si complicano rovinosamente. In seguito a questo sfuma una sospirata collaborazione con Pino Daniele che prevedeva la realizzazione di un intero album. La stessa Mia ricorderà così quell'episodio: “Era iniziato su basi dolci, l'affetto ci usciva da tutti i pori, poi le note assunsero tonalità sanguinolente e catastrofiche. Il rapporto con Ivano divenne la sua disperazione. E avevo il mio bel da fare con questo campo minato. Al termine era solo guerra”. 
Ivano Fossati e Mia Martini
Non
era vero
Aveva un contratto con un’altra casa discografica e ha dovuto romperla. Perché era geloso, dei dirigenti, dei musicisti, di tutti. Ma soprattutto era geloso di me, come cantante. “Diceva che mi voleva come donna, ma non era vero, infatti non ha voluto nemmeno un figlio da me e la prova d’amore era abbandonare del tutto anche la sola idea di cantare e distruggere Mia Martini”. Mia era combattuta come un'ancestra impressionabile. Il fatto che ci fossero tutti quei debiti da pagare era il mio alibi per non smettere.
Canto           alla
 Luna
Il successo era ormai dietro l'angolo. L'anno dopo arrivò la mitica Piccolo Uomo, che le valse la vittoria al Festivalbar, e dopo qualche mese Donna sola sfiorò la vetta delle hit-parade nostrane. Nel 1973 il botto definitivo, con Minuetto, scritta su misura per lei da Dario Baldan Bembo e Califano. Mia rivince il Festivalbar,  domina per mesi le classifiche e si lancia anche sui mercati europei. Sono i suoi anni migliori, i colleghi la stimano, i discografici la coccolano, i francesi la paragonano ad Edith Piaf, i tedeschi la adorano. Ma Mimì è spirito libero, sicché fa sempre più fatica ad accettare le regole del music-business. Così molla la milanese Ricordi e torna alla romana Rca, ma viene citata per inadempienze contrattuali e le tocca pagare una penale che la riduce quasi sul lastrico. Nel frattempo aveva conosciuto Ivano Fossati e i due avevano avviato un proficuo sodalizio artistico (e un travagliato rapporto sentimentale che proseguì per quasi un decennio) che la segnerà per sempre.
"La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro e tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C'era gente che aveva paura di me, che per esempio rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anch'io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival, perché con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all'assurdo, per cui decisi di ritirarmi". (Mia)
Mia, non finisce
mica il cielo!
Il successo svapora ed è sempre più lontana dai giri che contano, soprattutto per l'assurda etichetta di iettatrice che le era stata affibbiata da Patty Pravo e Fred Bongusto, per far 2 nomi fra i tanti, altre come lei. Furono il coraggio e la cocciutaggine di Pippo Baudo a metter fine al suo esilio coatto, quando la volle al Sanremo del 1989. Mimì ci andrà con Almeno tu nell'universo (un brano scritto da Lauzi nel lontano '72 e mai pubblicato). La nuova decade la vide rilanciarsi alla grande, sia a livello di vendite che di credibilità artistica.
I grandi cantautori
nostrani facevano a gara per scriverle brani su misura o offrirle le loro perle. Altri dischi, tournée, apparizioni televisive, ancora Festival a certificare il ruolo di miglior interprete della canzone d'autore italiana. Nel frattempo Mimì era riuscita a riconciliarsi col padre ed aveva deciso di trasferirsi in un paesino vicino a Varese proprio per vederlo più spesso. E fu proprio in quell'appartamento che la trovarono i carabinieri, allertati dagli amici preoccupati da troppi giorni di silenzio. Era il 14 maggio del 1995. Collasso a seguito di un'overdose, si scrisse all'epoca, ma ancora oggi restano parecchi punti oscuri. Vent'anni dopo, Mia Martini - cui nel frattempo è stato dedicato il "Premio della Critica" a Sanremo - è più viva che mai.
   Maledetta sfortuna
Renato Zero, Ruggero ed i Negramaro le hanno dedicato il dedicato canzoni, Gilda Giuliani addirittura un musical e sparsi per l'Italia ci sono vie e teatri, monumenti e parchi in suo onore, per non parlare dell'omonima onlus voluta dalla sorella Loredana per mantenerne vivo il ricordo. Certo è che questa piccola grande donna ha saputo lasciare il segno nel cuore del suo tempo e anche nel nostro. Perché in ogni sua canzone sono ancora racchiuse le stimmate dei suoi travagli e inquietudini, ma anche lo splendore sempiterno di una grande artista dalla voce altalenante dal basso ad acuti impressionanti, tanto che ancora in alcuni licei di musica, la portano ad esempio come tonalità, solo Mina le stava appresso, il resto erano tutte molto meno.